Con "Salviamo il salvabile atto II" i Fratelli di Soledad vincono due scommesse: la prima riguarda ancora una volta il recupero di pagine importanti ma a volte dimenticate della canzone italiana dei precedenti decenni, dal Flavio Giurato de "Il tuffatore" al Goran Kuzminac di "Stasera l'aria è fresca", da una chicca sanremese come "A me mi piace vivere alla grande" del compianto Franco Fanigliulo fino allo strepitoso Vecchioni di "Stranamore". La seconda consiste nel rendere quelle canzoni nuovamente attuali e radiofoniche, adattandole con naturalezza al loro personale stile



È uscito il nuovo e atteso cd dei Fratelli di Soledad: Salviamo il salvabile Atto II. Canzoni nuove e cantate da altri da Il mio funerale con Max Casacci a Svalutation con Gino Santercole, da Stasera l'aria è fresca con Goran Kuzminac a Je vous salue Ninì.
Io li adoro perché sono autentici, solidi e ribelli.
Massimo Carlotto


Massimo Carlotto - Scrittore

Massimo Carlotto


Bella soddisfazione sentire una propria canzone in una veste nuova e originale, specialmente una di quelle che sono state la palestra di molti chitarristi, ma proprio per questo, poco eseguite in spiaggia o nelle riunioni di amici. La musica deve girare, se no si dimentica e scompare. Risentirmi nella vostra versione, ed in mezzo ad una serie di bellissime interpretazioni, mi ha fatto un piacere immenso.. Un abbraccio Goran Kuzminac


Goran Kuzminac - Cantautore

goran


“Abbiamo chiuso un cerchio”, mi scriveva Zorro, pochi giorni fa, spedendomi in anteprima il nuovo disco dei Fratelli di Soledad. Prima ancora di far partire il primo suono della prima canzone, ho scorso la tracklist e, mentre un nastro lungo trentacinque anni, vale a dire il mio tempo di ascoltatore cosciente e onnivoro, rotolava davanti ai miei occhi, gli ho dato ragione e gli ho sorriso a distanza.

Conosco Giorgio Silvestri da quei tempi in cui un ragazzino scopre cosa può farlo crescere nella vita e ci si butta senza rete – diventa cosciente e onnivoro appunto, e lo scorrere delle lancette non gli fa paura, e la selettività un po’ scorbutica appartiene a un’età ancora in là da venire: insomma, il periodo aureo della formazione o, per dirla in musica, Those were the days, come cantava George Harrison – e con lui (e Max Casacci) scoprii che le canzoni sono piccole sfere magiche, hanno la capacità conduttiva di portare storie soggettive, esperienze personali agli ascoltatori. Sono sineddoche sentimentali, le canzoni: ti lanciano un fermo immagine, uno scoglio, una piccola storia confinata e quelli diventano un film della tua vita, il mare intero intorno allo scoglio, la tua piccola storia sconfinata, ancora da terminare.

Salviamo il salvabile atto II, come il suo predecessore è, io credo, molto più di un disco di cover. È un atto di ringraziamento da parte di (ex)ragazzi che, come me, hanno preso la musica e l’hanno investita di responsabilità imponenti, le hanno dato un ruolo gallonato di tutto rispetto nel comando che porta una nave in porto, cioè un’esistenza al suo compimento, che personalmente, significa rendere omaggio alle storie, alle suggestioni, ai suoni, lasciandone altri, altri, altri. Chiudere un cerchio, si diceva.

Questa non è una recensione o, meglio, è una recensione sentimentale. La cosa più tecnica, da critico musicale, che voglio scrivere qui è che, come tutti i precedenti lavori dei Fratelli di Soledad, Salviamo il salvabile due non vi deluderà. Vi divertirà e a tratti vi commuoverà, persino se non troverete, per ragioni anagrafiche, la vostra canzone-sineddoche. Fine della recensione canonica.

Invece, per ringraziare Zorro, Bobo e Gianluca (e tutti gli altri musicisti) vorrei scrivere qui di seguito dei piccoli pensieri e dei piccoli ricordi (spero non troppo sgraziati e trasandati) che il primo ascolto mi porterà.

Lo faccio in tempo reale, e nel timing reale di ogni singolo brano. E non ho nessuna intenzione di tornarci sopra, correggere, abbellire. È un gioco così, tra amici, e magari capiremo solo in quattro. Magari no.

Vediamo cosa succede

 

Versante Est

Non capivo bene il cantante dei Litfiba: si prendeva gli sputi sul palco e invece di gioire s’incazzava. Rimanevo un po’ dietro, perplesso e lambito, in una (virtuale) seconda linea, ma anche lei fluttuava cavalcata da lattine volanti e onde anomale. Troppa raffinatezza musicale per il punk (di riporto, come tutto quello italiano). Ma ha pagato alla distanza: il disco da cui proviene questo brano è, piaccia o meno, uno dei pochi imprescindibili della discografia italiana degli ultimi trent’anni.

 

Stasera l’aria è fresca

Poi c’erano quelli più grandi all’oratorio (più grandi di me e Max e Giorgio) che ascoltavano il country. Detto proprio così, in parola unica per tutto un genere complicatissimo, dalle molteplici definizioni. Era una parola nemica, inutile dirlo. L’altra parola nemica era “fingerpicking”. Ecco, chi, parlando di musica, ne infilava una o, peggio, entrambe, per noi era un vecchio, punto. Ricordo cori affollatissimi di John Denver (dunque, questa invece non è una sineddoche ma una metonimia: non c’erano decine di cloni di John Denver con occhialini, cappello da cowboy e capelli color grano all’oratorio, ma si cantavano le sue canzoni), zoppi tentativi di armonizzazioni di Loggins & Messina e Poco, i baritonali uscivano dal coro e rimbombavano dei Johnny Cash o dei Lee Clayton, e avanti di questo passo. Poi un giorno se ne esce questo qua e, nonostante un cognome impronunciabile da cestista (o da tennista), infila country, fingerpicking e quant’altro cantando in italiano. L’ho ricollocato decenni dopo (come tutti gli artisti nominati, e anche Loy & Altomare), in una posizione sacrosanta. Non c’è niente da fare, il country è per chi beve in vetro, nel chiuso di mattoni a vista riscaldati, possibilmente con camino incastonato, e non per i consumatori di dozzinali intrugli in plastica nell’aperto di gabbie a decibel: stasera l’aria è fresca...

 

Svalutation

Ho ancora il 45 giri. E negli occhi in bianco e nero le domeniche in bicicletta. Era festa l’austerity per un bambino sotto i dieci anni. Mio padre mi portava ai giardinetti, dietro la scuola e tutto diventava un’altra cosa. Lo spazio nuovo dentro lo spazio familiare, altro che Matrix. Ah, quell’Italia là...

 

Cimici e bromuro

Sono svenuto una volta soltanto a un concerto. E ne ho visti tanti, in ogni condizione (vedi Versante Est). Era un concerto di Sergio Caputo. Mentre la mia fidanzatina dell’epoca, sgomitando e spintonando, depositava sul palco ai piedi del cantante un enorme mazzo di rose rosse, io andavo giù con la grazia epilettica di un danzatore new wave curtisiano. I primi cinque dischi di Sergio Caputo li ascolto ancora oggi, spesso in macchina con il mio compare di scorribande Enrico Remmert, cantando a squarciagola. I testi li so a memoria. E non svengo più.

 

Il tuffatore

Questa è una delle canzoni che ho più care in assoluto. E misma cosa direi dell’artista. Per me Flavio Giurato è l’emblema della libertà scomoda all’interno dell’industria musicale degli anni ’80. Insomma, ma uno che scrive dei testi così (ascoltatelo bene, anzi, scrivetelo nero su bianco, Il tuffatore, e poi rileggetelo con calma), che firma per una major e poi fa un disco-concept su Marco Polo che non vende quasi nulla, che fa dei concerti quando ne ha voglia (forse preferisce giocare a tennis) e avanti di questo (s)passo, non bisogna preservarlo da tutto e da tutti? Non vado oltre perché ho già scritto in un libro, con altri colleghi, sulla vita e l’opera di Flavio Giurato. L’abbiamo voluto fortemente, quel libro, e volevamo e vogliamo fortemente lui. Spero che nel 2020 se ne esca con un concept su Teresa d’Avila o su Nikola Tesla. Intanto, da oggi, dopo il fratello famoso (che si deve tenere), ha trovato altri otto fratelli.

 

A me mi piace vivere alla grande

Anche questo brano, all’epoca, mi passò in cavalleria, per snobismo. E invece ha un testo bellissimo e attualissimo. Non so perché, ma questa canzone mi ricorda un’alba su una spiaggia salentina di tanti, tanti, ma tanti anni fa. Eravamo io e Vacha, oggi direi spiaggiati come la Concordia, a smaltire visioni (supreme) e gradazioni (alte). Riuscimmo a scorgere la costa dall’altra parte, almeno così parve a entrambi. Chissà che cos’era... L’Albania o l’alba del domani, Gianluca?

 

Stranamore

Beh, rimaniamo davanti al mare, no? I conquistatori dei miraggi alla fine stanno bene (vedi A me mi piace vivere alla grande), quelli del potere, invece, ci pensa la conformazione del mondo a sminchionarli. È un’immagine che mi è rimasta, di questo testo, e mi è cara. Poi, negli anni, mi è capitato di incrociare due volte Vecchioni, una in radio da Marino Sinibaldi (i musicisti prestati alla letteratura, gli scrittori prestati alla musica) e l’altra a Milano, durante una serata di omaggio culturale all’Inter, mandato sciaguratamente allo sbaraglio, io juventino da sempre, dal mio editore milanese, per promuovere un libro appena pubblicato. Lessi un’ode a Marco Tardelli e all’epica della sua corsa mondiale dopo quel goal, confidando nel finale di carriera interista di un emblema della juventinità. Feci male i miei calcoli nazionalisti e fui sbugiardato. L’unico gentile, sul palco, fu proprio il Professor Vecchioni. E bla bla bla fratelli...

 

O rugido do leao

Ma c’è qualcuno che si ricorda dei film hard a tarda notte trasmessi dalle emittenti piemontesi? Quando mia madre andava a giocare a poker in trasferta e tornava a casa alle tre di notte e per molti era una festa...

 

Il mio funerale

È bello quando un disco, un libro, un quadro, un’opera d’arte, ti offrono la possibilità di un saluto. Qui di storie ne avrei mille, e sono tutte lì dentro. Nel saluto. Ciao Ferruccio.

 

Ho le tasche sfondate

Il Premio Ciampi avrebbe dovuto avvicinare gli italiani alla discografia di questo gigante, ma temo non sia andata così.  Quindi, dopo Nada, Lolli, Locasciulli (questi li vorrei tra vent’anni in Salviamo il salvabile atto III) e tanti altri, QueViva Fratelli!


Je vous salue Ninì

E così il primo ascolto sta terminando e il brano non potrebbe essere più appropriato. La cosa bella dei cerchi che si chiudono è che basta un minuscolo slittamento ottico e quella che là in fondo pare la curvatura del pianeta Terra, a ben osservare, è qualcosa di molto più a portata di mano e cuore. È l’apertura del cerchio accanto. Ciao Fratelli, ci vediamo...


Luca Ragagnin - scrittore

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